BENVENUTI NEL OASI DEL EFFETTIVO

da alcuni giorni stiamo per le strade insieme con migliaia di altri. Migliaia di altri che, a prima vista, non ci conoscevamo da prima. Non e’ capitato che ci incontrasimo nonche solo recentemente, nelle fiamme delle baricate, nella solidarieta’ delle manifestazioni, nelle assemplee degli spaci occupati. Forse per questo i media si trascinano a chiamarci gnoti sconosciuti. In verita’ siamo tutte e due. Sconosciuti tra di noi, mentre viviamo da anni l’ impegno meticiloso di distruzione di ogni cosa viva, il calpestare di ogni speranza, la smentita di ogni aspettativa. Dentro questo deserto viviamo con altri ma viviamo separati. Isolati, sparsi con un sentimento di inpotenza a inondarci. Dal padrone che ci paga 700 euro e quando vuole ci cacia, al’ incredibile fatica che ci vuole per assicurare l’ elementare , fino alla stupidagine di massa televisiva di una felicita’ che la vediamo dalla serratura dello scermo LCD ipotecato dei nostri genitori. Tutte queste situazioni fanno parte, sono framenti della nostra vita comune. Ignoti allora in un deserto comune, che ognuno piu’ o meno cercha di cavarsela. Ognuno di noi un io tra tanti altri io. Fino ai primmi giorni del Dicembre eravamo invisibili per questa societa’. Come se tutto questo che vivevamo non c’ entrase da nessuna parte. Ne’ nella tv, ne’ nelle dichiarazioni della sinistra per una lotta schierata, ne’ da nessuna parte.
In questi giorni la rabbia acumulata sia traboccata nelle strade dopo quasi un ventennio di sconfite sucessive e ritirate, finalmente le nostre spalle si sono staccate dal muro. Malgrado le tonelate di lacrimogeni che furono lanciate da le forze di opressione, posssiamo respirare piu’ liberamente. E tutto questo non riguarda solo la gente che sia scesa per le strade. Riguarda anche tutti quelli che non abbiano potuto trovarci con noi, ma capiscano che la ragione sta da la parte nostra e soridino con senso sapendo i fatti. Questi respiri sono cari per tutti, ne abbiamo bisogno perche ora toca a noi di cominciar a spingere.
Ma allora chi sono i responsabili della riscossa? Sono gli alluni o i migranti di seconda generazione? Il movimento dinamico dei studenti o la generazione dei 700 euro? Il luben proletariato o il movimento aniautoritario? Compagni e nemici cercano angosiosamente di definire il soggeto della riscossa, a trovare le condizioni oggetive che hanno fatto nasciere questo scoppio, a dare un viso a la multitudine anonima che trabocca le strade. In vano. La risposta e’ semplice: la riscossa la fanno i riscossi. E questo accertamento non e’ tautologia mostruosa, e’ il senso. I percorsi che fanno scendere ciascuno per strada sono molti e dedalei, ogni riscosso e’ una ragione. Nel momento pero in cui i soggetti si incontrano e agiscono in comune, qualcosa di nuovo nasce e questo nuovo abbia nome. Si chiama atto storico, creazione collettiva, si chiama assalto. Attenzione: tutte le ragioni sono sempre presenti, muttate ormai in sostanza in un atto di resistenza. Naturalmente nella riscossa partecipano alluni, migranti, studenti, precari, politicizzati come molti altri. La sostanza pero non sta nel cosa sono tutti questi ma in cosa si trasformino. Tra il decidere di scendere per strada, tra l’ incontro e la comunicazione, la solidarieta e il sentimento di compagni, la rabbia e l’oporsi, i demostranti diventano padroni delle loro vite. I centri blocati delle citta’ sono il campo ove tutte queste identita’ diverse si uniscono, ove i separamenti crolano. Sia pure puntuale, sia pure per poco, sia pure che si inalzano da capo dopo alcuni giorni. Non sia cosi importante se quelli che blocano le strade, gridano slogan, scrivono sui muri, lanciano pietre, bruciano banche, sono studenti o disocupati. Il senso piu grande sta nel fatto che tutto questo lo fanno e lo fanno insieme, e questo sia una vittoria che nessun’ opressione e nessun ritorno alla normalita’ ci possa togliere. Perche che significa “alluno”, “non assicurato”, “migrante”, “studente” nel’ universo capitalista che chiamiamo mondo? Non sono sempicemente diversi nomi per l’ opressione che tutti viviamo? E che cos’ altro significa “insurezione” se no “prendiamo la vita nelle nostre mani?”
i giorni di Dicembre non apartengono a nessuno e nel fra tempo apartengono a tutti. Non li puo usurpare nessun schieramento politico, nessun partito, nessun’ avanguardia revoluzionaria. Nemmeno il movimento antiautoritario. Gli anarchici si sono trovati dal primo momento per strada portando con loro la rabbia e la consapevolezza, la risolutenza e il sapere, le loro pratiche e i proposti. La realta’ pero ci ha superata e fortunatamente. Non e ora il momento per ciascuno di espandere il suo negozio, la cosa basiliare sia di capire e di agire in comune, di costruire ponti. Quel che viene spiegato nelle citta’ del territorio greco e’ un solevamento sociale e da questo abbiamo solo a imparare. A capire i contenuti, a imparare le nuove forme di organizarsi, a ispirarsi dalle azioni.
Quel che esce nel proscenio nella maniera piu’ assordante e’ l’ antagonismo sociale. Ogniscontro sociale di questa estensione e di questa tensione e da guerra civile. Porta diversi parti della societa’ con diversi interessi, raporti e idee ad afrontare una l’ altra. Questa dimensione traumatizzante della realta’ spaventa, deve essere mascerata, deve diventare aministrabile. Il potere inventa le divisioni che le convengono: alluni bravi – “kukulofori” cativi, cittadini in autodifesa – demostranti in amok distrudivo, lotte di classe realli – provocatori istigati. Non convince. E’ costretta a far vedere tutte le sue carte: invocazione dell’ unione nazionale – isolamento dei nemici della democrazia. Ora si che abbiamo un argomento. La breccia esiste e i suoi framenti minnacciano l’ imagine del dominio. La democrazia come aministrazione governativa di ordini disciplinari, come teatro di ombre privo di produzione simbolicha, guarda il chaos della realta’ ed esso le restituisce lo sguardo. Circo di carta la loro nazione e la democrazia priva di senso. Si, siamo i nemici della democrazia, i traditori della nazione. La societa’ non e’ uniforme, e’ il campo dello scontro continuo, altre volte sotteraneo ed altre volte, come ora, visibile. Lo stato non e’ solo, ha con se tutti coloro che riconoscino la proprieta’ come l’ inica cosa che debba essere proteta. Ogni volta che le societa’ decidono di entrare nel’ aceleratore della storia ci sono anche quelli che cercano d’ agraparsi dal loro potere, difendebdo la continuita’ della nazione, lo stato e la normalita’. Dichiarazioni dalla strada fino al parlamento. Queste giornate la sinistra fossilizata si spavento’, perche si sono sentiti realmente soli, superati, pittoreschi. Anthimos (vescovo di salonicco, nazionalista) a camminare afianco a Paparigha (segretaria del pcg) ad attribuire la riscosa a forze “straniere”. La ΚΝΕ (gioventu’ comunista, pcg) chiude a chiave le facolta’ per prevenire la generalizazione della riscossa. Il tronco nazionale dalla sinistra fino alla destra si e’ coallizzato e preso posizione. L’ultimo rifugio dei difendori del ordine e della sicurezza e’ stato attivato per salvar la situazione. Siamo pero’ molti nella lotta e faremo che le loro peggiori paure verano reallizzate. Che diventiamo il miglior possibile antagonismo.
Il senso del movimento viene collegato col’ esspressione di rinchieste, con un potenziale programa posittivo che i riscossi dovressero adottare, un insieme di posizioni che premeterebbe la loro rapresentazione dai partiti. Quest’ angoscia esprime una parte della sinistra che cerca avanzare la caduta del governo come un obbietivo che condensa i desideri dei riscossi e da’ prospetiva alle loro lotte. Vedi pero’ che il insieme dei desideri e delle prattiche di quei che si trovano per le strade si rifiutano a entrarci nelle forme prefabricate della rapresentazione politica, dell’ aministrazione sociologica e della mediazione dei media. Certamente non ci consideriamo in qualche posizione privilegiata in questa tempesta. Che ci bagnamo da questa e non ci asciugiamo mai piu’. Questo vogliamo. Imparare da quei che incontriamo per strada, vivere nell’ unico modo che ne vale nei nostri giorni: contro il potere. Per capire, ti devi sentire l’ asfissia dai lacrimogeni, rompere la solitudine dell’ abitudine, condividere la gioia della riscossa, lasciare la rabbia soffocarti. Abbiamo visto forme di autoorganizazione a prevalere per le strada, antistruture di informazione balzare fuori dalla lotta, simpoli dello stato, del capitale e dello spetacolo a venir distruti. Abbiamo visto molto di piu’ che nemeno lo imaginavamo che ci ha superato. Per fortuna. Le cose corrono con velocita’ mille volte piu’ veloce e in mille diversi direzioni. In momenti come questi lo stato come monopolio della violenza e le istituzioni della rapresentazione come unici aministratori del campo della politica si trovano in crisi. In questi momenti di limite viene natta la comunita’ della lotta, piena di senso, non come un piano invisibile per il futuro, ma come una prattica del presente. La citta’ diventa un campo di icontro e di sperimentazione, ove tutto sia possibile: la distruzione di questo mondo e la creazione di nuovi valori. La creazione seminale di un nuovo ordine agli antipodi della riproduzione del dominante. Il cosa lasciera’ dietro questa riscossa, il cosa di nuovo vera’ natto non lo sappiamo. I modi in cui essa viene spiegata aprono un campo di eventualita’ che vogliamo vivere e non prevedere. In tempi piu’ dificili, alcuni compagni hanno scritto: “stiamo dentro il nostro futuro”. Questi giorni e queste notti siamo dentro il nostro presente. E non vogliamo andarsene da questo.